Pasquale vuole correre. E questo è solo l’inizio della sua storia…

Ho conosciuto Pasquale sui social, per caso. Mi ha contattato lui. Voleva che pubblicassi un trafiletto che parlava della sua storia.

A me, quel trafiletto, sembrava riduttivo e non l’ho pubblicato per nulla.

Preferisco che sia lui a raccontarvela, tutta.

E sappiate che questo è solo l’inizio, perchè Pasquale nel 2018 correrà la Maratona di Torino.

Vi racconterò òa sua storia, passo a passo. Perchè è una storia bella.

Godetevela

 

L’Inizio di tutto.

“Impossible is nothing”

Così recitava un noto spot alla tv. È una verità ma di per sé non basta per farti sollevare il fondoschiena dalla sedia, infilare le scarpe da tennis e andare a correre.

Altezza 175 cm, peso 105 kg.

Il mio IMC (indice massa corporea) indicava 33.9, ovvero, obesità lieve o obesità di primo grado se preferite, ma la sostanza non cambia, rientravo in quei parametri compresi tra il 30.00-34.99, con il rischio di passare di peggiorare. Eviterò di leggervi tutte le malattie che potrebbero essere collegate a questo indice, sono tante, orribili e fanno paura.

Le mie visite mediche avevano nonostante tutto evidenziato un buon livello di salute: Glicemia 80, Colesterolo sui 120, insomma, quasi un miracolo, viste le condizioni ma, il campanello dall’allarme suonò. Il futuro si costruisce con il sacrificio, col sudore, non contando sulla fortuna. Quest’ultima dipende solo in minima parte da noi, per quanto ci è concesso, è nostro dovere dare il massimo per tutelare o migliorare questi due immensi doni che Dio ci ha dato: il corpo umano e la salute.

Tra gli obiettivi della notte, aveva una certa costanza e preminenza il “domani mattina vado a correre”, quante volte me lo son detto, ridetto, stradetto! Ma poi niente. Dicevo tra me e me: “arriverà il momento in cui dirò basta con queste pessimi abitudini quotidiane e lo farò, si! andrò a correre.”

Quel giorno arrivato.

Cosa mi ha spinto? La verita!

Bene, non c’è cosa più schietta e diretta della verità. La verità fa male perché ti costringe a guardarti dentro di te, ti obbliga a fare i conti con te stesso, ti invita al cambiamento e credetemi, quando certe abitudine sono consolidate, ripetute, volute e quotidiane, cambiare diventa quasi utopico… quasi però, perché rimane sempre viva e accesa la speranza, quella piccola vocina che ti invita al bene, al meglio che è in te, il desiderio di felicità che è più forte di ogni cosa.

Esistono diversi tipi di verità:

La verità degli estranei e conoscenti. Molti scherzavano sul mio peso, ma di per sé la cosa non mi turbava affatto, pensavo fosse la giusta punizione per tutte le volte che in gioventù avevo preso in giro i miei coetanei, e non solo per i loro difetti fisici. Il contrappasso è quasi una legge certa, ma la pena non può durare in eterno, pertanto, pensavo, prima o poi dovrà finire, ma nulla di più falso, le persone sulle debolezze altrui affondano il coltello e piangersi addosso non serve a nulla, esiste solo una regola: Affronta la verità, prendi coscienza di te stesso.

La verità delle persone che ti vogliono bene. Per mia madre ero sempre bellissimo, stavo sempre benissimo, ero in gran forma. Aimè, anche questa certezza era tramontata, arrivammo al “ti pago la palestra”, “la saluta è importante” “105 kg sono troppi”. Ahi!! ahi!! Brutto colpo da digerire. Le persone che ti voglio bene non ti sbattono in faccia la verità, ti ci accompagnano dolcemente, ti danno una mano a trovare il coraggio per vedere le cose così come sono e non come tu ti immagini che siano e, cosa molto importante, non ti lasciano solo.

Mia moglie, anche lei mi mise davanti al fatto compiuto con frasi molto diplomatiche: “non ti vedo sereno o in pace con te stesso” “lo devi fare per te” “così stai più in forma”. Morale della favola:

“ti devi dare una mossa!”

Terza Verità: il tuo punto di vista. Evitavo di pesarmi, la bilancia non mente, evitavo di guardarmi allo specchio, lo specchio non mente, non potevo evitarmi di vestirmi, ed i vestiti oltre a non mentire sono pure bastardi, se sfori non ci stai dentro. Ed allora: jeans stretti, camice sofferenti con bottoni pronti al decollo, magliette XL e a volte XXL, guardaroba limitato e limitante. Un vero incubo.

Vogliamo parlare poi dell’apatia? Eh si, proprio così. I risvolti sociali negativi sono tanti: ti senti spesso inadeguato, un perenne senso di sazietà che non ti fa godere i piaceri di una birra insieme, di una pizza. Un guardaroba di cui ormai non ti curi più, sono solo capi per coprirsi, senza gusto nello sceglierli.

Insomma, lasciatemi dire per esperienza: “grasso non è bello” e nemmeno salutare.

Era il 13 agosto del 2016, un sabato d’estate.

Mia moglie e i miei figli andarono ad un concerto di un noto cantautore, io rimasi a casa, sdraiato sul divano, con la solita stanchezza e sonnolenza mista ad un continuo leggero ma nel contempo fastidioso mal di testa, dovuto alla combinazione di una serie di fattori o meglio di vizi: sedentarietà, fumo, sovrappeso, alimentazione errata.

Quella sera venne a trovarmi un amato cugino, morale della favola: pizza, un pacco di sigarette a testa e una cassa di birra in due.

Non male per essere un normalissimo venerdì.

Il giorno seguente era vigilia di Ferragosto. Preparammo tutto il necessario per il campeggio insieme alla mia famiglia e ad un gruppo di amici. Partimmo cosi per trascorre il ponte festivo in campeggio al mare.

Naturalmente tutto bellissimo, due giorni e una notte ricchi di risate, armonia e felicità…ma non solo.

Il bollettino di guerra recitava così: grande scorpacciata di carne arrosto, pane in quantità, sia a pranzo che a cena e ben cinquanta, anzi quarantanove per l’esattezza, sigarette: 2 pacchi di da 20 e uno da 10.

Il giorno 16, era un martedì, ripresi la mia quotidiana routine al lavoro, ma non ebbi il coraggio di accendere una sigaretta.

Lo feci la sera, sulla via del rientro, parcheggiai l’auto a bordo strada nell’area di sosta e fumai la 50 sigaretta, l’unica avanzata dal giorno prima. Oltre al mal di gola per gli eccessi dei giorni antecedenti, quel retrogusto di carne che ancora non mi aveva abbondonato, quella sensazione di aver deglutito un intero portacenere, mi nauseò a tal punto che decisi di smettere e cambiare stile di vita.

Decisi e lo feci, gradatamente vinsi vizio dopo vizio.

La prima settimana passò velocemente. Andai a camminare con mia moglie, alla sera. Un ritmo blando ma costante, senza sforzi eccessivi, mi dette la possibilità di riprendere contatto con il movimento, assaporare quel tocco di libertà che l’attività all’aria aperta ti concede.

Le sere d’estate, fresche e gentili, mi mettevano il buon umore, per cui, non sentivo il bisogno di fumare, anche se la sigaretta era un chiodo fisso – oh Signore, se lo era! -.

Sbalzi di umore? Amore e odio? Certo che sì! È un dualismo, un mix tra “vorrei ma non posso”, ora cedo, non cedo più. Solo un fumatore può capire lo stato d’animo, per lo meno iniziale di chi smette o prova a farlo.

IMi dicevo sempre, “smetterò quando nel mio cervello si accenderà la lampadina”. Qualche timido raggio nel buio iniziò a mostrarsi nelle tenebre, quando apparirono per la prima volta in Italia le foto dei malati terminali nei pacchetti di sigarette. Mia figlia iniziò a pormi qualche domanda: “Babbo, ma se fumi esce anche a te il buco nella gola? Ma è vero che quando ti viene la tosse ti esce il sangue?”. Domande innocenti che nella loro spontaneità ti fanno riflettere. Quella orribile immagine del buco nella gola in particolare, mi suscitava paura, la legavo ad un ricordo dell’infanzia. Mia nonna aveva un bar, frequentato da persone che erano spesso inclini ad eccedere nel bacco e tabacco, tutti i giorni, tutto il giorno. Uno di questi fu operato ad un tumore alla gola e come conseguenza, aveva proprio un buco. La cosa mi impressionò e non poco. Con il tempo poi la rimossi, ma queste immagini mi riportarono in mente una fobia dell’infanzia.

La sigaretta mi spezzava i tempi, suddivideva la giornata in intervalli, per cui è come se dopo aver fumato ripartisse il cronometro. La sensazione di vuoto che accompagnò il primo periodo di liberazione dal tabacco è indescrivibile.

Giornate lunghissime, necessità di colmare il vuoto facendo le cose più disperate: leggere, riordinare, camminare, ascoltare musica, parlare. Insomma, il tempo non passava mai, mi cambiò anche la percezione del tempo. Avevo tanto tempo e riuscivo a far più cose. Aggiungeteci un livello di energia quantomeno quadruplicato, una sensazione di facilità respiratoria che avevo dimenticato, niente più petto pesante, affanno, puzza, mal di gola. Se volete correre, la prima o tra le prime cose da fare c’è sicuramente lo smettere di fumare. Non credo che le due cose siano compatibili, e qualora lo fossero, sicuramente questo intossicarsi quotidianamente o volutamente e deleterio per la salute e limitante nelle prestazioni. La corsa pretende, vuole tutto il meglio di te e ti restituisce un te migliore, più forte, non solo fisicamente ma mentalmente, ti forgia il carattere e ti aiuta nella vita, vivi meglio la vita, acquisti maggiore sicurezza. In una parola, diventi forte.

 

Il consiglio è dunque questo: primo obiettivo è lo “scacco matto ai vizi”, soprattutto a quelli che più accompagno il tuo quotidiano, nel mio caso, il primo era sicuramente la sigaretta.

I mese-secondo obiettivo: lotta alla fame nervosa.

Se mai fosse vero che noi siamo quello che mangiamo, non ci sarebbero dubbi, io sarei un carboidrato.

Colazione, pranzo, cena, merenda, pasti intermedi, ogni occasione era buona per deglutirne in quantità smodate. Pizza, pane, pasta, patatine, fritture di ogni tipo, porcherie e schifezze, insomma, una condanna voluta. Costituiva l’unico modo per placare la mia fame nervosa.

La fame nervosa, o eating emozionale come viene definita, è un vero e proprio problema di cui mi sono accorto, un po’ osservandomi, ma soprattutto grazie a mia moglie che mi faceva notare l’eccesso, senza però farmelo pesare. Anche qui, come già dissi precedentemente, le persone che ti vogliono bene ti mettono la Verità davanti agli occhi, senza puntarti il dito, farti sentire in colpa, ma semplicemente, dolcemente ti fanno capire che tu hai un problema di cui non ti accorgi o non vuoi accorgerti. Facciamo un esempio: ero felice? Mangiavo, ero annoiato? Mangiavo, ero arrabbiato o insoddisfatto? Mangiavo. La forma nervosa ti spingere a nutrirti male, senza criterio ed orario. Prediligevo cibi pronti o preconfezionati, salati, preferibilmente carboidrati, ma in generale tutto ciò che fosse appagante e che potesse dare un senso di sazietà. L’attacco più forte era dopo le 18, quando rientravo da lavoro. In pochi minuti buttavo dentro quello che una persona normale forse mangia in tre pasti, naturalmente, a questi, io non ci rinunciavo.

Così, per anni, un continuo desiderio di sazietà per colmare vuoti emozionali, o stress, che in realtà mi si ripresentavamo appena l’effetto “soddisfazione/sazietà” era venuto meno, che poi, parlare di soddisfazione non è veritiero perché poi susseguivano i sensi di colpa. Essere perennemente sazi, significa non sentire più lo stimolo della fame biologica, per anni non sapevo più cosa fosse, significa non preoccuparsi del gusto o della qualità di ciò che si ingerisce.

La fame nervosa, poi, preferisce la solitudine al mangiare in compagnia o anche insieme alla famiglia. Soli come una belva famelica gelosa della sua preda, ingorda e insaziabile. Ci si accorge da sé che questo atteggiamento non va, ma è invincibile, non ci puoi fare niente. Metteteci poi, i vizi ad essa correlati o con i quali ben si coniuga: fumo di sigaretta, dormire, pigrizia, apatia, ed il quadro è completo.

Il fatidico mercoledì di coppa. Lotta alla birra. (14.09.16)

Ore 20.15, un dubbio mi assale: vado o non vado a veder la Juve al Bar? Prima di Champions league, Higuain-Dybala dal primo minuto, ambizioni, squadra competitiva che punta al titolo. Che faccio? Lo sai che poi l’indomani si corre? Va beh!, infondo me lo merito, non esco mai, sto correndo, non sto fumando…ma si! Andiamo!. Partita noiosa, noiosissima. Uno zero a zero che di spettacolare non aveva nulla. L’unica cosa degna di nota e sopra la mediocrità, era una forma di formaggio con i vermi, offerta gentilmente da un amico e la compagnia, esageratamente in forma, esageratamente alcolica. Un bicchiere tira l’altro, birra dopo birra, vince il Si o vince il no ad ottobre? Renzi si o Renzi no? Politica nazionale, politica locale, grande abbuffata di discorsi e grande bevuta. Dovrei andare o rimanere? “Should I stay or should I go?” come cantavano i mitici Clash. Rimango!. Morale della favola: si rientra a casa alle tre del mattino ubriaco. Male, molto male. La sveglia è impostata alle sei, come ormai da quasi un mese. La testa scoppia, gira, tutto mi spinge a girarmi dall’altra parte del letto e dormire un’altra ora. Ma io non mollo, mi passa per la mente un motto, un consiglio, un commento che spesso leggo nei social tra i podisti: “never give up”, ovvero, “non mollare mai”. Mi alzo, mi vesto e alle sei e cinque sono in pista pronto per la corsa. Ritmo blando, stanchezza generale, capogiro, cammino a stento e a fatica. Questo allenamento non sarà utile per i tempi, per il ritmo o per km che ho messo sulle gambe, ma è degno di nota in quanto mi ha impartito una sonora lezione: gli eccessi si pagano, la corsa non ti perdona nulla. La birra va bene per festeggiare in allegria con gli amici un evento importante, ma non per la corsa.

Doccia fredda, rinfrescate le idee, si parte a lavoro, con a mente la lezione appresa:

Il mio obiettivo è la maratona, tutto ciò che rallenta questo mio traguardo non può far parte del mio quotidiano.

 

RunningCharlotte
RunningCharlotte
Perché la corsa è uno stile di vita e ad ogni passo ci fa crescere un po’ e perché non bisogna essere campioni per correre, basta mettere un passo dietro l’altro. Keep in running.
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