Gita al Bivacco Lateltin, ovvero la metafora di un’alba

“cosa fai questo weekend?”

“vado a vedere l’alba a tremila metri”

“ma perchè?”

“perchè è uno spettacolo bellissimo”

“anche il cinema lo è”


Torino, sabato l’ho salutata con questo dialogo.

Ci sono persone che non comprendono la bellezza slegata dalla funzionalità. Ho provato più volte a spiegare, a descrivere, a far passare l’emozione, a narrare lo stupore che si prova di fronte all’inutilità della bellezza.

Un’alba è un nuovo inizio, è la prima carta di una nuova partita a poker con se stessi. L’alba è la luce che ritorna, il cielo che si fa partecipe del risveglio. Un’alba è la vita.

Perchè però salire per 1600 metri di montagne per vederla?

Perchè da quell’altitudine si vede l’alba di un’altro luogo. Da tremila metri si vede l’alba cinque minuti prima, un’alba che mentre i nostri occhi guardano sta spuntando a Venezia, o a Milano, mentre noi siamo in Valle d’Aosta.

Come nei voli intercontinentali quando si scappa dal sorgere di un giorno, oppure, in senso contrario, ci si tuffa nella luce, indietro nel tempo.

Guardare l’alba da tremila metri è una macchina del tempo.

Ecco a cosa serve salire in cima ad una montagna, dormire in un bivacco di lamiera e svegliarsi alle 5 del mattina: a niente.

E proprio per questo, questa bellezza gratuita e inutile, è di una bellezza totalizzante.

Ora vi racconto la gita, però, e abbandono la poesia.

Arriviamo in quattro da Torino. La mattina qui è calda e umida come una giungla tropicale. I miei 21 km sono stati un’agonia e le gambe mi stanno salutando cordialmente.

Scendiamo dall’auto intorpiditi appena sopra Gressoney Saint Jean, Valle d’Aosta. Siamo una squadra strana, Chiara, Francesca, Francesco ed io. Ci conosciamo e non ci conosciamo, chi più, chi meno. Ma siamo rilassati e tanto basta.

Iniziamo la salita verso Alpenzù, frazione di Gressoney dalla bellezza incantata dei tempi passati, intrisa di tradizione e turismo.

Da lì proseguiamo e incontriamo presto gli altri quattro – amici per qualcuno e sconosciuti per altri. Nadir, Diego, Kira e Rudy. La montagna unisce qui gente da diversi luoghi, da tradizioni simili, forse, da intrecci magicamente equilibrati. Rudy, lo conosco da sempre. Gli altri da mai. Ma non è importante.

Camminiamo per malghe dai colori troppo vividi per non fermarci. Mucche ciondolanti, margherite dalla perfezione non del tutto credibile, profumo di latte e acqua leggera.

Parliamo, chi con uno e chi con l’altro, senza limiti pregressi, senza difficoltà. Quando il sentiero si fa duro sopra il Colle Pinter annaspiamo e tacciamo, il fiato mozzato da altitudine e fatica. Abbiamo zaini pesanti, gambe incerte e lingue oramai più silenziose.

Di fronte a noi ammicca la visione del bivacco Lateltin.

Quando arriviamo sono le sette di sera.

Troviamo una famiglia ad aspettarci e ci guardiamo intorno attoniti per la bellezza.

Bivacco Lateltin, 3.137 metri slm.

Godiamo del tramonto sul Monte Rosa improvvisando un aperitivo. D’altronde è sabato sera.

Nadir e Diego hanno portato salumi fatti da loro, gli altri il pane, io delle uova sode.

Il tempo si ferma cristallizzato dai raggi del sole. E sono le nove di sera.

Iniziamo a preparare la cena in bivacco. In realtà non facciamo che proseguire con l’aperitivo aggiungendo polenta e formaggi.

Francesco apparecchia. Ci sono alcune persone che sanno mettere la magia nei piccoli gesti. Io, che non ne sono capace, ne rimango affascinata. La tavola del nostro bivacco, prima spartana, si colora così di porpora e viola, si illumina di candele e stelline luminose, si veste di profumi e colori che appartengono alle feste. Mi piace la capacità di entrare nel dettaglio di Francesco, ha quell’idea delicata di “trattare con tenerezza” le cose, come se ci fosse necessità di avvolgerle nell’ovatta. A me, dal carattere duro e forte, non “tratta bene” quasi nessuno. Ma i dettagli mi ammorbidiscono sempre.

La famiglia, di fianco, ci guarda e sorride. Il nostro tavolo da festa lascia pochi dubbi sul nostro spirito.

Stiamo bene. Sto bene. Troppo bene, forse.

La serata e la notte passano senza che nulla li turbi. Tranne forse lo scoprire di aver preso il dentifricio alla fragola.

La sveglia non mi sveglia, lo fa l’alba.

Fa freddo, stiamo in silenzio. Il cielo si incendia, la luna combatte per una buona mezz’ora prima di perdere questa quotidiana partita, poi tutto ritrova colore.

Questo nuovo giorno mi trova migliore di ieri. Intorno a me il mese di luglio impera.

ph. Francesco Cecchi

 

RunningCharlotte
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Perché la corsa è uno stile di vita e ad ogni passo ci fa crescere un po’ e perché non bisogna essere campioni per correre, basta mettere un passo dietro l’altro. Keep in running.
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