Torino Half Marathon e l’arte del Kintsugi

Prima di partire per i 21km della Torino Half Marathon mi sono sentita come un vaso rotto.

In questi ultimi giorni i miei rapporti di amicizia hanno subito uno scossone. Mi sono chiesta se scriverlo, ma credo che sia la verità a tenere vivo un rapporto su un sito e, forse, mostrare i lati deboli non è sbagliato, è reale. E per riparare i cocci bisogna avere il coraggio di prenderli in mano.

Io sono come una pentola a pressione: mi carico di problemi altrui, di nervosismi, di malmostosità e arrabbiature. Finche ad un certo punto non esplodo. Cerco sempre di capire e comprendere tutti, di accogliere e di non respingere, anche chi so già a prescindere mi farà male.

Fino al momento in cui succede quel qualcosa che mi fa scoppiare e rompere in mille frantumi.

Sono scoppiata due giorni prima della Torino Half Marathon.

Avevo voglia di correre questa mezza maratona per tanti motivi. In primis perchè Torino è la mia città adottiva e non potrei non essere orgogliosa di correrci, in secondo luogo perchè avevo voglia di vedere come stavano le gambe dopo la Maratona di Berlino.

Ma quel senso di stravolgimento, di legami spezzati, di vuoto non aiutano a correre.

Inoltre sapevo che correva anche una persona che non volevo vedere, una persona che più o meno ha i miei tempi e che quindi rischiavo di avere a fianco.

C’è stato un momento in cui la tentazione di non mettermi in gioco è stata forte.

La tentazione di isolarmi. Isolarmi è sempre una soluzione che prendo in considerazione e forse anche per questo amo scrivere, in silenzio, come ora.

Se mi fossi isolata a casa, rinunciando a partire per questa sfida contro il malumore, però, avrei perso. Avrei perso sul serio.

Per cui mi sono fatta portare e alla partenza sono andata, cercando il sorriso e non trovandolo del tutto.

Mi sono scaldata cercando la concentrazione. Ho visto chi non volevo vedere, ho accusato il colpo e ricacciato indietro i sentimenti negativi.

Tra la folla ho incontrato tante persone che mi hanno salutata calorosamente, a partire da Jennifer, arrivata da Milano con la sua gonnella bianca, la voglia di correre e la sua macchinetta per la glicemia sul petto. Jenny è una di quelle donne che si abbatte, ma che sa risalire. Vorrei essere come lei, mentre io cerco di non abbattermi per non dover risalire, perchè riemergere è faticoso. Salvo poi esplodere distruggendo tutto.

Poi Oliviero, che non vedevo da mese è che è una delle persone con il carattere più gentile che conosca, uno di quegli uomini che ti fa bene vedere.

I miei amici di sempre, tra i quali mi sento protetta. Sarà che sono alti alti e io mi sento la più piccina, ma riescono a staccarmi dai problemi e darmi quella leggerezza che troppo spesso mi manca. Elena che sa veleggiare sulle onde del buonumore sempre e comunque, Corrado che ogni tanto riesce ad entrare nelle mie incertezze e mettere la parola stop, Massi che mi sa voler bene come pochi altri.

E poi Monja, la  Principessa che sto accompagnando nel viaggio che la farà correre 42km il 4 novembre. E le altre ragazze, alla loro prima staffetta (parallelamente alla 21km, la proposta prevedeva anche una staffetta non competitiva 3x7km).

Allo start mi sono attorniata di amici e conoscenti e sono partita, liberando la mente il più possibile.

Per una decina di chilometri ha funzionato quasi tutto, tranne il senso di nausea da primo giorno di ciclo – che ovviamente arriva quando non dovrebbe – ma non importa, non è il dolore fisico che mi spaventa.

Al decimo ho sentito salire la stanchezza, quella profonda, e l’ho ricacciata.

Al dodicesimo invece, l’inevitabile. Ho sentito dietro di me quel passo. Un passo che conosco troppo bene per scordarlo in pochi mesi.

E lì, nel punto più duro della gara, prima di una salita, nel tratto in cui patisco sempre troppo, mi supera e mi si affianca quella maglia giallo fluo che non volevo vedere, proprio quella.

Mi si affianca e mi supera di qualche metro, costringendomi ad avere di fronte e negli occhi quello da cui stavo fuggendo. Al posto che fuggire, metaforicamente gli stavo correndo incontro, e così ho rallentato.

Non importava più nulla nè del tempo, nè della gara, nè di me.

Al cambio della staffetta le persone mi hanno acclamata e un po’ il cuore è ridiventato leggero. Conosco tante persone e mi hanno applaudita. Così ho scordato la maglia gialla di fronte a me, pensando che per uno solo non potevo certo rinunciare a tutte queste belle persone che avevo di fianco.

Un ragazzo dalla canotta verde mi ha affiancata e fatto i complimenti per Berlino. Un altro mi ha tirata, finchè non l’ho superato – povero – e mi ha detto che “io si che sono una dura”. Ho staccato il cervello, dimenticato la maglia gialla, e ho fatto solo quello che amo di più fare: correre.

Sono arrivata stremata, sofferente, nauseata. All’arrivo Corrado ci aspettava sorridente, affettuosa immagine. Sara, mia amica da molto tempo e fotografa dell’evento, chiedeva una foto, che è venuta stanca quanto me ma reale.

Piano piano arrivano Elena, Massi, Jennifer, Monja. Io lentamente mi dirigo al ristoro e mi abbracciano Francesco (che sorride del suo tempo strepitoso), Gianni che va sempre come una scheggia, Marco, Giorgia che ha vinto tra le Italiane, Fede con la sua bellissima e velocissima semplicità da 1h26.

Guardo tutti e non so più chi guardare per primo. Un affollamento di persone alle quali voglio bene.

Poi arrivano le mie ragazze che hanno fatto la staffetta. Sono belle e sorridono.

Tutti mi chiedono come è andata. Dico la verità: male. Ho il cuore pesante e non posso mentire.

Ma in questo preciso istante mi sento a casa. Mi sento abbracciata da volti che mi vogliono bene e che amo.

Incontro una ragazza che mi chiede una foto. Mi sento sempre in imbarazzo, ma volentieri la facciamo. Mi dice le parole magiche: ho iniziato a correre grazie al tuo blog. Esulto, queste sono vittorie magnifiche!

Mi sento bene, anche se sono fragile, una ceramica crepata. Ma mi sento amata e i cocci si ricompongono. Come nel Kintsugi.

I Giapponesi sono i padri di un’arte incredibile. Il KINTSUGI  è l’arte di riparare le ceramiche rotte. I cocci vengono incollati con una preziosa pasta d’oro e assumono un aspetto prezioso, più di prima.

Il Kintsugi è l’arte di amare le cicatrici, di impreziosire gli oggetti grazie ai danni che subiscono.

Le ceramiche, rotte in mille così, diventano un reticolo di ceramica ed oro. Senza essersi rotte non sarebbero diventate così belle.

E io sono così, oggi.

Mi sto reincollando con pasta d’oro, una pasta fatta di tutte quelle persone che sanno volermi bene.

RunningCharlotte
RunningCharlotte
Perché la corsa è uno stile di vita e ad ogni passo ci fa crescere un po’ e perché non bisogna essere campioni per correre, basta mettere un passo dietro l’altro. Keep in running.
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